Quando non c’è campo

parlare da soli
A volte parlando per telefono ci capita di sentirci ispirati e mettiamo su un’ espressione sentita e spontanea di concetti anche profondi che vengono fuori con la veemenza tipica di chi vuol essere se stesso. Pensiamo così di toccare le corde del nostro interlocutore, di spiegargli a chiare lettere ciò che sentiamo, chi siamo o che cosa vorremmo. Pensiamo… perché  dall’altra parte c’è silenzio e noi perciò mettiamo ancora più foga nel nostro copione a braccio giacché  l’altro ci sembra assorto e riflessivo. Sino a che non ci rendiamo conto che era semplicemente caduta la linea e da tempo parlavamo da soli. Richiamare e ridire ciò che si è perso nel vento sarebbe inutile e frustrante e dunque desistiamo accontentandoci, rifatto il numero, di una banale sintesi.

Allo stesso modo talvolta esprimiamo senza che l’altro ci ascolti. Perché di ciò che stiamo dicendo invero non gliene frega nulla. Il penderne atto è deludente ma salvifico, perché non si può fare entrare il mulo all’indietro nella stalla. E le perle le compra solo chi ama le perle e dunque le apprezza.

Roberto Cafiso

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