cassetti dell'anima, catania, counseling, counselling, counselor, emozioni in movimento, graziella puglisi

La figlia ingrata

ingrata
A otto anni ero magrissima e nera.
Per tutta l’estate mio padre mi aveva portata al mare, mentre lui si allontanava per prendere i ricci, io restavo ad aspettarlo su uno scoglio alto alto senza poter fare il bagno, con il conforto di qualche amato libro e diventando scura sempre di più.
Quando mia mamma doveva andare a Catania con l’autobus mi portava con sé.
Era una festa questo piccolo viaggio, ci fermavamo sempre al chiosco delle bibite, lei prendeva sempre lo schiumone al caffè e me lo faceva assaggiare.
Quel giorno mi comprò una penna bellissima che conteneva tutti i colori, bastava solo schiacciare un piccolo pulsante e la penna scriveva rosso o verde o blu, o nero. Una magia vera!
Stringevo tra le dita il mio piccolo tesoro, non vedevo l’ora di tornare a casa e poterlo utilizzare.
Nel viaggio di ritorno salì una signorina.
Era bellissima, alta, bionda, con incredibili occhi azzurri.
Non smettevo di guardarla, parlava una lingua straniera, forse francese, e un ragazzo seduto accanto a lei, la chiamava sorridendo “Caroline “.
I suoi capelli profumavano di fragole, aveva  pantaloncini corti a quadretti rossi e bianchi e una camicia pure rossa, trasparente.
Io la osservavo con ammirazione, avrei voluto parlare con lei ma non sapevo cosa dirle, anzi sì, avrei voluto dirle che era bellissima, che avevo imparato a fare la treccia, che se voleva potevo farla con i suoi capelli.
Volevo chiederle di portarmi con lei, nel paese della felicità, lontano lontanissimo … immaginavo che fosse lei la mia mamma.
Chissà perché mi passavano per la mente pensieri così sciocchi e spietati.
Accanto a me, ignara del teatro che si svolgeva nella mia testa, mia madre sfogliava il Grand Hotel, ed io guardavo il suo orologio e in cuor mio desideravo che questo viaggio non finisse mai.
Studiavo ogni mossa di Caroline, il suo sorriso, come muoveva le mani, e poi mi guardavo nel finestrino che fungeva da specchio e mi vedevo ancora più piccola e nera.
Poi, miracolo, finalmente anche lei si accorge di me e mi sorride.
Ricordo che il mio cuore fece un balzo nel petto e non sapevo come fare a non perderla, volevo regalarle la mia penna, ma non volevo deludere la mamma.
“Che hai ”… un buffetto nel viso, la mamma distoglie lo sguardo dalla rivista e mi osserva, ed io mi sento scoperta nei miei pensieri e vorrei morire.
“Caroline, portami con te “… ed ho voglia di piangere.
Poi l’ultima fermata, siamo arrivati a Giarre, Caroline prosegue fino a Taormina, l’ho sentito mentre faceva il biglietto.
La mamma mi dice “sbrigati ”, mi dà uno strattone, i miei occhi sono pieni di lacrime, scendendo dall’autobus lascio cadere la mia meravigliosa penna.

Non la raccolgo e la lascio lì, per qualche bambina meno ingrata.

” I cassetti dell’anima mia” G. Puglisi

Seguici su:
RSS
Follow by Email
Facebook
Facebook
LinkedIn

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Verifica anti-spam *